Aiutiamo i ragazzi a sbocciare nella vita

Ancora tre settimane di tempo per le iscrizioni. Il 15 febbraio si avvicina, e oggi (dopo l’intervento degli studenti e di un genitore) tocca a un docente esprimere il proprio punto di vista. Secondo Maria Graziano, professoressa di Formia, l’insegnante ha il compito di guidare i ragazzi a capire il proprio progetto di vita.

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Sono appena tornata da un’esperienza di “Open day” organizzata dal mio istituto, il Liceo Classico “Vitruvio Pollione” di Formia, e sono compiaciuta del fatto che anche oggi abbiamo sperimentato l’attenzione e la considerazione del territorio per la nostra istituzione. Di anno in anno, queste iniziative sono sempre più frequentate, perché le famiglie e i ragazzi sono sempre più ansiosi di capire quale indirizzo di studi corrisponda alle proprie attese, quale tipo di apprendimenti e di vissuti condurrà gli adolescenti a “sbocciare” nella vita, in un contesto sociale e culturale che appare spesso “col fiato corto”, senza futuro, senza prospettive …

Come ogni giorno, con i colleghi che hanno animato l’iniziativa, ci siamo messi in gioco; abbiamo condiviso non solo il cuore delle nostre proposte ma il nostro cuore… Come possono essere accompagnati ogni giorno i ragazzi che si stanno affacciando da noi per capire qual è il loro progetto di vita? E poi come aiutare le giovani generazioni a capire che la scelta della scuola superiore, in questi giorni, non è irreversibile, ma consente il confronto con educatori adulti interessati alla loro persona, prima che alla logica aziendale dell’aumento delle iscrizioni?

Io credo che un istituto superiore innamorato dei ragazzi di oggi, della loro educazione, appassionato del presente, oltre che del futuro, delle nuove generazioni, abbia le seguenti caratteristiche.

La scuola è chiamata a trasmettere cultura e, attraverso questa, il ragazzo si forma e si educa: solo credendo che i contenuti culturali delle materie scolastiche siano parte evoluta della storia umana, la scuola può trasmetterli come valore. D’altro canto non c’è didattica senza relazione, ma questa non s’identifica con atteggiamenti di protezione o di ruolo genitoriale; è, invece, prima di tutto, accettazione dell’altro. Si tratta di un rapporto non sempre facile ma, perché la scuola trasmetta i valori, è ben più fruttuoso promuovere il positivo, anziché demonizzare il negativo, cioè è preferibile favorire le condizioni di benessere piuttosto che puntare l’attenzione sulle occasioni di disagio. In questa relazione educativa, l’insegnante si mostra così com’è: non appare come il maestro di vita perfetto a tutti i costi, ma piuttosto è sincero e leale, senza reticenze o ipocrisie, perché educa a questi valori anche con i propri difetti.

Il primo compito del docente è insegnare: se lo fa bene, cioè con puntualità, competenza, precisione, organizzazione, imparzialità, trasmette valori. Un insegnante superficiale e poco preparato corre il rischio di essere ignorato e deriso; un docente serio e consapevole del suo ruolo educativo stabilisce relazioni serene ed è in grado di offrire spunti per l’espressione dei ragazzi a partire dalle stesse materie, oggetto di studi: se hanno un problema, i ragazzi si rivolgono più facilmente a un adulto significativo, che giudicano capace di ascoltare ma anche di confrontarsi con i più giovani con la libertà generata da un profondo equilibrio. Per trasmettere valori come la solidarietà e il rispetto dell’altro, un insegnante non alimenta stili di competizione per far crescere il profitto; abilita, invece, al lavoro intellettuale serio, evitando di rinforzare il confronto in termini di sanzioni o gratificazioni, ben sapendo che il ragazzo che oggi bada solo a primeggiare, domani forse si occuperà solo dei propri affari. Inoltre un docente che crede nella propria professione troverà più facilmente strumenti e occasioni per coinvolgere le famiglie e rendere così efficaci i propri interventi, nella consapevolezza che anche la comunicazione tra docenti che condividono la relazione con gli stessi ragazzi, pur nel rispetto di ogni sensibilità, avvia e potenzia esperienze di dialogo con queste e con gli stessi alunni.

Mentre, da un lato, occorre aprirsi sempre più ad una concezione di educazione come sistema, come un insieme di “luoghi” (famiglia, scuola, parrocchia, associazioni ecc.) in relazione, ciascuno dei quali porta un contributo specifico all’obiettivo comune, che è la maturazione umana integrale del ragazzo e del giovane, dall’altro urge la necessità di riappropriarsi della consapevolezza della centralità educativa della scuola, proponendo e condividendo riflessioni sulle scelte che la caratterizzano oggi, da qualsiasi prospettiva essa interpelli la nostra vita.

 Maria Graziano

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