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Ma chi è mio figlio?

Continuiamo a riflettere sul tema delle iscrizioni: si è aperto il tempo della scelta, e fino al 15 febbraio ragazzi e famiglie sono chiamati a prendere le proprie decisioni.
Il secondo intervento, dopo il contributo degli studenti, ha il punto di vista del genitore: Maria Grazia Colombo, membro dell’esecutivo nazionale AGESC e del direttivo nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, si pone una domanda: ma chi è mio figlio?

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E’ tempo di Open Day, le scuole si aprono , si organizzano incontri di presentazione nei quali si mettono in “mostra” le proposte formative, si incontrano gli insegnanti. E noi genitori accompagniamo i nostri figli da una scuola all’altra con una domanda: che scuola scegliere, come valutare la scelta, cosa vogliamo per il bene dei nostri figli?

L’occasione di incontro delle varie esperienze scolastiche è molto importante e diventa una possibilità concreta per “entrare” nella scuola, ascoltare altri ragazzi raccontare della propria scuola, conoscere i dirigenti che spesso si isolano nei loro uffici carichi di grosse responsabilità all’apparenza solo organizzative. Si entra nel cuore dell’esperienza didattica ed educativa. Per un giorno o per pochi giorni le scuole aprono le porte, non solo in modo simbolico ma reale, interattivo e tu capisci che la scuola è di tutti: studenti, docenti e genitori. Un’alleanza che se funziona – e in particolare è leale – permette la crescita di ragazzi protagonisti della loro vita.

In famiglia si parla molto in questi giorni della “scelta”, a tavola è l’argomento più gettonato, per noi genitori senz’altro la preoccupazione primaria. A noi interessa infatti il bene di nostro figlio e quindi la possibilità che possa incontrare un’esperienza formativa che lo faccia crescere nella conoscenza, sviluppi un senso critico, gli faccia fare la fatica dell’imparare accompagnata dalla curiosità del sapere.

Ma la domanda rimane: quale indirizzo scegliere che risponda maggiormente alle caratteristiche di nostro figlio? A questa domanda non possiamo e non dobbiamo rispondere da soli, la scelta infatti cade in un momento particolare della vita del ragazzo che ha già fatto un percorso scolastico importante e noi, come adulti attenti, non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. Educare è porre un passo dopo l’altro, magari tutti i passi non sono stati della stessa misura ma non importa, il punto è che educativamente il ragazzo abbia camminato, fatto scelte, individuato con i propri insegnanti delle “medie” percorsi e intravisto progetti futuri studiando italiano, matematica, storia, musica, arte ed educazione fisica…

Non dobbiamo commettere il grave errore di pensare alla scelta come ad un ricominciare da capo, un azzerare tutto per guardare avanti. I nostri ragazzi sono quaderni scritti, non quaderni bianchi. Il punto è saper leggere ciò che c’è scritto, a volte appaiono solo dei segni ma il compito nostro, come genitori, è di saperli leggere, interpretare e suscitare il desiderio di guardarsi dentro per cogliere la “domanda” che muove la scelta. A volte, carichi di preoccupazioni quotidiane, in famiglia siamo piegati sulla soluzione della scelta della scuola e perdiamo la sfida che si nasconde nella “domanda”: ma chi è mio figlio? È una questione di sguardo, di occhio clinico che noi genitori abbiamo, uno sguardo che va in profondità e fa emergere il vissuto denso di aspettative, progetti, ideali che un adolescente custodisce gelosamente nella propria persona.

L’esperienza ci insegna che non siamo soli, gli insegnanti che abbiamo a fianco sono i nostri migliore alleati in questa scelta, perciò è conveniente per noi fare sempre un gioco di squadra. Si parla di corresponsabilità educativa, si stringe pure nella scuola un “patto di corresponsabilità” tra docenti e genitori, ebbene l’occasione della scelta della scuola diventa una sfida interessante per tutti: dobbiamo saperla però cogliere non solo come preoccupazione, ma come una reale e appassionante opportunità educativa.

Maria Grazia Colombo

Credere nella scuola

29 chilometri a piedi ogni giorno, ormai già 1600 negli ultimi anni. E per andare dove? A scuola. E poi al lavoro.
La storia, sebbene ambientata in un mondo – non solo e non tanto in senso geografico – agli antipodi del nostro, è ormai nota a tutti, da quando per primo il Daily Mail l’ha proposta all’opinione pubblica dell’Occidente. In poche ore tutto il mondo già ne parlava commosso, o almeno colpito, perché storie di questo tipo era da tanto che non se ne sentivano. Sbagliando, per altro perché, come ricordava il Corriere della sera mercoledì 12 marzo, casi analoghi purtroppo non sono infrequenti e tanti sono ancora i bambini che, nel mondo, il diritto all’istruzione se lo devono davvero sudare, attraversando quotidianamente foreste, valli e passi d’alta montagna, fiumi e canyon per poter seguire le lezioni. È stato già definito, il povero signor Yu Xukang, il «padre dell’anno». Probabilmente lui ancora non lo sa, ma più che dell’anno, gli importa essere padre nella vita.
Che cosa lo spinge infatti a sacrificarsi in questa maniera se non l’amore per il figlio Xiao Qiang e la speranza, forse l’illusione, che la scuola possa cambiarne la sorte, che a molti sembrerebbe già segnata?
Al di là dell’amore paterno, che ci è in fondo comprensibile, è la fede nel potere dell’istruzione a colpire la nostra immaginazione: abitassimo anche noi nella prefettura di Yibin, nella provincia cinese del Sichuan, saremmo disposti a scommettere sul fatto che la scuola può realmente offrire un’opportunità a un bambino handicappato (a dodici anni Xiao Qiang non raggiunge il metro d’altezza e non è in grado di camminare)? Avremmo tanta fede da sperare in un posto all’università, se in tanti anni le autorità non sono state in grado neppure di mettergli a disposizione un servizio navetta? Quel padre infatti pensa già all’università per il figlio! Lì, tra i monti, la terra e le pietre, dove non passa nemmeno un’auto cui chiedere un passaggio.
La nostra sensibilità ci farebbe dire che, se uno nasce povero e disabile sulle colline del Sichuan con la scuola più vicina a 4,5 miglia di sterrato, per lui un futuro non c’è. Che tutta la retorica sulla scuola come mezzo di promozione sociale, di eguaglianza, altro non è, appunto, che vuota retorica. Lo dimostra, per esempio, l’alto tasso di dispersione scolastica che caratterizza il nostro Paese: secondo l’Istat (dati relativi all’anno 2011-12), da noi il 17,6% dei giovani, con punte del 25% nel Mezzogiorno, si limita alla licenza media, e appena il 30% dei diplomati si iscrive all’università, sebbene le statistiche dimostrino che, bene o male, i laureati trovano lavoro più facilmente degli altri.
Nell’accompagnare a scuola i nostri figli o nel consigliarli sugli studi da intraprendere, prendiamoci qualche istante per pensare al signor Yu e alle sue giornate: casa, scuola, lavoro, scuola, casa, in un folle pellegrinare attraverso la vita. Se sembra inutile il suo paziente girovagare sui sentieri polverosi della prefettura di Yibin, pensiamo che il suo non è semplicemente un andare su e giù, ma l’andare avanti dell’umanità.